IL MONTE VULTURE

Situato nella parte settentrionale della Basilicata, il monte Vulture rappresenta un’unicità nel panorama vulcanico italiano, in quanto non è collegato ai complessi vulcanici tirrenici, ma posizionato ad est della dorsale appenninica, sul versante Apulo della catena montuosa.

Attualmente il Vulture è un vulcano non attivo formatosi in epoca pleistocenica (tra i 780 e 680mila anni fa), dalla morfologia complessa e con diversi centri eruttivi. In origine, l’area occupata attualmente dal complesso vulcanico del Monte Vulture era caratterizzata da un paesaggio tipicamente alluvionale, con ampie paleo-valli attraversate da corsi d’acqua come la fiumara dell’Arcidiaconata e la paleo-valle di Vitalba. 

Con la prima fase eruttiva si formarono un lago calderico, in corrispondenza della parte centrale del monte Vulture, ed il paleolago di Atella. A seguire si identifica dapprima una fase, compresa fra i 680 e 650mila anni fa, con violente eruzioni che portano alla formazione all’interno del lago calderico di coni vulcanici che ne riempiono progressivamente la concavità; successivamente si ha una fase, compresa fra i 650 e 500mila anni fa, caratterizzata da eruzioni esplosive molto violente e da fasi sismiche che attivarono movimenti di faglia importanti, portando l’edificio vulcanico principale ad abbassarsi di alcune centinaia di metri ed a raggiungere all’incirca l’attuale altezza (1326 mt s.l.m.).

Si assiste, invece, ad una fase di “quiescenza”, ovvero con ridotta attività vulcanica, fra i 500 ed i 150/130mila anni fa: in questa fase si depositano diversi strati di suolo (paleosuolo) lungo le pendici del vulcano e si formano alcune valli alluvionali per l’abbondante presenza di acqua nell’area.

Nell’ultima fase di attività del vulcano si ha una ripresa delle eruzioni caratterizzate da una particolare esplosività dovuta all’interazione dei magmi con le numerose falde acquifere dell’area. Questa fase di eruzioni “idro-magmatiche” provocò il collasso delle camere magmatiche e la formazione della caldera attuale e, quelle depressioni oggi sono occupate dalle acque dei due laghi di Monticchio: lago grande e lago piccolo. I due laghi presentano ecosistemi molto differenti: mentre il lago piccolo è da moltissimi anni fortemente antropizzato, il lago grande si presenta al turista come un lago dovrebbe essere, con vegetazione di riva rigogliosa, utile per la nidificazione di uccelli stanziali e di passo.

L’area dei laghi presenta delle strutture legate al culto micaelico: la più importante e maestosa è l’Abbazia di San Michele Arcangelo che presenta, al proprio interno, una grotta di origine vulcanica utilizzata come area di culto già in tempi molto remoti.

I depositi di ceneri, pomici e lapilli generati dalle numerose eruzioni hanno portato alla formazione di un paesaggio collinare con profili dolci e che presenta un’elevata quantità di vigneti da cui si ricava il famoso Aglianico del Vulture DOC. Oltre al vino, l’area è caratterizzata dalla presenza di numerose sorgenti di acqua naturale o leggermente effervescente, che viene spesso imbottigliata in stabilimenti di caratura locale e nazionale.

I primi studi sul vulcano Vulture sono collegati alla figura di Domenico Tata, un abate che nel 1777-78 pubblicò l’opera “Lettera dal Monte Vulture”, indirizzata al vulcanologo britannico William Hamilton, ma al Vulture rivolsero l’attenzione anche altri ricercatori come:

  • Padre Paolino Ferdinando Tortorella da Matera;
  • il russo Pierre de Tchihatchoff (Società Imperiale dei Naturalisti di Mosca);
  • gli inglesi Charles Dauboney (chimico e botanico), Edward Lear (pittore e scrittore) e Robert Mallett (scienziato sismologo della Royal Society of London);
  • gli italiani Michele Tenore, campano, direttore del Real Orto Botanico di Napoli, e Giovanni Gussone, siciliano, direttore dei Giardini Reali di Caserta.